La Storia delle CHITARRE di “Wandrè” Pioli da Cavriago (RE) al mondo, ora in mostra a Bologna

Il Museo internazionale e biblioteca della musica del Settore Musei Civici Bologna dedica una mostra alla figura leggendaria di Antonio “Wandrè” Pioli (Cavriago, 1926 – 2004), fondatore negli anni Cinquanta della prima fabbrica di chitarre elettriche in Italia e inventore di alcuni dei modelli più innovativi e sperimentali nella storia mondiale di questo strumento, vere e proprie opere d’arte pop intrise di futurismo, surrealismo, metafisica e astrattismo.

Quella che stiamo per raccontarvi è una storia leggendaria che parte da Cavriago, nel reggiano, dove negli anni Cinquanta nasce la prima fabbrica di chitarre elettriche in Italia. Il fondatore è Antonio Pioli, in arte Wandrè, nato a Cavriago il 6 giugno 1926. Arruolatosi a 17 anni nelle formazioni partigiane sull’Appennino reggiano, al termine della guerra si diploma alla Scuola Convitto di Rivaltella, inizia a lavorare nell’edilizia ma dopo poco segue l’esempio del padre Roberto, liutaio.

È il primo in Italia a costruire chitarre e bassi elettrici e ha un progetto ben preciso: trasformare la chitarra da attrezzo di lavoro per il musicista a “scultura sonora”, distante dai modelli convenzionali, creatura unica, opera d’arte pop.

Le chitarre Wandrè,  ancora oggi tra le più ricercate dai collezionisti di ogni paese, vogliono trasmettere di per sé energia ed emozioni in virtù delle loro forme, dei loro colori (che mai si erano visti prima su uno strumento), dei nuovi materiali introdotti (come la plastica e l’alluminio) e dei tanti simbolismi che sono nascosti in quelle linee solo apparentemente assurde.
Ogni chitarra realizzata da Wandrè ha una sua storia e una personalità unica. Cosi come è unico e originale il luogo di produzione: si tratta di un’utopistica fabbrica dalla pianta rotonda e open space che anticipa di anni la Factory di Andy Warhol, realizzata con una tecnica costruttiva – la struttura tenso-elastica con cemento precompresso – che a quei tempi non era mai stata utilizzata per la copertura di un edificio ad uso industriale. La soluzione architettonica, con una vetrata circonferenziale e un’apertura 2 centrale sul tetto concavo, consentiva agli operai di vedere costantemente il cielo, così che ricordassero di essere persone libere. Wandrè infatti riteneva che il lavoro, anche quando piace, non è mai una condizione naturale per l’uomo, ma sempre una fonte di coercizione. Il lavoro al suo interno prevedeva il coinvolgimento degli operai nell’organizzazione e pianificazione del lavoro, nonché nella realizzazione delle campagne pubblicitarie. La produzione era finalizzata per obiettivi, consentendo così flessibilità e autogestione degli orari e vi era, in certa misura, la condivisione del capitale. Per tanto, gli operai avevano le chiavi della fabbrica e potevano accedere e utilizzare le attrezzature per lavori propri, al di fuori dell’orario di servizio. Vi era una costante frequentazione di artisti e musicisti che interagivano con gli operai e improvvisavano jam-session.

Al Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna, in occasione del suo ventesimo anniversario, arrivano oltre 50 pezzi tra chitarre, bassi e contrabbassi, tutti di marchio Wandrè. Occasione unica per constatare come l’intera produzione sia permeata da un profondo lirismo, evidenziato dalle linee, dal contrasto dei colori e dall’incontro di materiali inconsueti per l’arte liutaria.
Un’avventura durata fino al 1968, quando Wandrè inizia a occuparsi di abbigliamento creando capi originalissimi, poi entra a far parte del movimento artistico Fluxus e da artista vive l’ultima parte della sua vita (muore nel 2004). Ogni modello ha un nome particolare: Brigitte Bardot, Rock’n’Roll, Marte, Spazia, Selene, Etrurian, Mini, spesso ispirati a personaggi, eventi e visoni dell’epoca, fino all’ultimo modello, lo Psychedelic Sound, presentato nell’aprile 1967, che è un tributo ad Allen Ginsberg. Come il poeta della Beat generation, che portò i capelli lunghi oltre le spalle quando tutti li tagliavano corti e si rasò quando tutti iniziarono a farli crescere, Wandrè pensò che in un momento in cui si rincorreva l’originalità e ognuno si sforzava di realizzare opere bizzarre, la cosa più rivoluzionaria da fare fosse ritornare alle origini. Per il suo ultimo modello recupera quindi tecniche costruttive e tagli propri della liuteria classica. D’altra parte, la sua rivoluzione psichedelica, e forse anche sociale, Wandrè l’aveva già fatta dieci anni prima con le sue incredibili sculture fruibili per musica e la sua utopistica fabbrica rotonda.

Un ultima curiosità il nome “esotico” Wandrè è in realtà un soprannome che deriva dal dialetto reggiano “Va’ ndrè”  -“vai indietro” per la sua predisposizione da bambino di fare il contrario di quello che gli veniva proposto.

La mostra è a cura di Marco Ballestri con la collaborazione di Oderso Rubini e del collettivo I Partigiani di Wandrè (Paolo Battaglia, Gianfranco Borghi, Luca e Loris Buffagni, Riccardo Cogliati, Mirco Ghirardini, Giorgio Menozzi, Johnny Sacco, Adelmo Sassi).
E’ aperta dall’11 maggio all’8 settembre 2024 e l’ingresso è gratuito. Catalogo in vendita al bookshop.
Museo internazionale e biblioteca della musica, Strada Maggiore 34, 40125 Bologna Orari: Martedì, mercoledì, giovedì 11.00 – 13.30 / 14.30 – 18.30 Venerdì 10.00 – 13.30 / 14.30 – 19.00 Sabato, domenica, festivi 10.00 – 19.00 Lunedì chiuso

MB