Le Sardine: la musica, non in scatola. Politica, musica e piazze.

Il rapporto tra la politica e la musica passa necessariamente da un luogo specifico: la piazza. Uno spazio pubblico che in Italia ha caratteristiche di cui spesso rivendichiamo una peculiarità, che tuttavia attraversa la storia delle città e del’umanità secondo percorsi ben più ampi rispetto a quelli del Bel Paese. La crisi della politica ha naturalmente segnato anche uno sbilanciamento in questo rapporto: se un tempo i comizi riempivano le piazze ora servono i cantanti, si è detto. Certamente l’evento pilota, dal 1990 in poi, è il “Concertone” del Primo Maggio: per durata, autorevolezza, portata. La disamina artistica di quella maratona sonora per artisti e pubblico woodstoccheggiante è stata compiutamente svolta da Elio e le Storie Tese nella loro “Complesso del Primo Maggio”, compresa una certa dose di denuncia “alla corazzata Potëmkin” in cui, indubbiamente, in molti ci si è riconosciuti. E sì, si fa lì riferimento alla chilometrica scaletta dove le gerarchie sono ben chiare:

 

Complesso del mezzogiorno lu complesso di mezzogiorno
Vedrai che al primo maggio suoni intorno a mezzogiorno
Complesso tipo Bregovic
Complesso tipo Bregovic
Vedrai che al Primo Maggio suoni intorno al primo pomerigg
Complesso con due cantanti tipo Linea 77
Cantate uno alla volta che nessuno ci rimette
Complesso del territorio lu complesso del territorio
Impara altri quattro accordi che raddoppi il repertorio
Complessi del Primo Maggio più importanti
Tipo Negramaro e Jovanotti
Sappiate che voi siete i pesci grossi…
E prima si esibiscon gli avannotti.
[Complesso del Primo Maggio, EELLST, 2013]

 

Decisamente premonitore il richiamo ittico di fine brano. E’ infatti successo qualcosa di importante, domenica scorsa a Bologna, a causa di pesci piuttosto piccoli: le Sardine. Di cosa sia questo movimento – che non è un partito e non è un sindacato – si occuperanno analisti e sociologi sbagliando per un bel po’. Se vogliamo analizzare “Bentornati in mare aperto”, l’evento di piazza VIII Agosto, è necessario però passare da un dato: le Sardine le piazze le riempiono da sole. Lo hanno dimostrato in tutta Italia, dimostrando come i nuovi media possano essere strumenti oggettivamente rivoluzionari. Il compito riservato agli artisti, quindi, non era di riempire una piazza, ma di parlare ad una piazza già piena e motivata. Altresì, c’era il vantaggio della completa assenza di una regia televisiva – c’erano tante dirette web ed anche TV, ma lo spettacolo non era per loro – e dunque la scaletta non si è trasformata in un palinsesto. Posto un minimo di raziocinio sulla costruzione di un evento durato quattro ore, l’andamento non è stato quello di un climax ascendente ma piuttosto di un continuo alternarsi di cose completamente diverse, di nomi con pubblici completamente alternativi, di poesia che precipita in prosa, di messaggi toccanti che sbroccano in attacchi frontali, di pop che si scioglie in rap. Il palco era decisamente troppo piccolo per alcuni. I conduttori erano giovani ragazzi totalmente improvvisati. Ogni tanto la tecnica dava qualche problema – già, faccenda complicata tutte ‘ste schede -.  Insomma, un grandissimo casino. E tutto questo è risultato semplicemente meraviglioso.

All’organizzatore di grandi eventi che dice “non si può lavorare così” bisogna infatti necessariamente replicare che è lui che deve adeguarsi. Questo continuo cambio e sbalzo disordinato sul palco è semplicemente quello che una generazione nuova di fruitori di musica è abituato a costruirsi autonomamente su Youtube o su Spotify. Le regole di ingaggio tra “pesci grossi” ed “avannotti” saltano, sui dispositivi elettronici e lontano dallo share televisivo. Non ultimo, c’è da considerare che gli organizzatori non stavano “lavorando”: pare anzi che la ragazza che ha organizzato fisicamente la logistica si sia dovuta prendere un mese di aspettativa dal lavoro, per farlo. Lo “share” è stato costante: la piazza è rimasta sempre piena dalle 17 alle 20, anche con un certo ricambio di pubblico che liberamente veniva per sentire un po’ ed esserci, poi faceva “shuffle”. Pubblico che, magari, si ringiovaniva sempre di più man mano che scendeva la sera e arrivavano il freddo e Marracash. La scaletta è stata scritta per il pubblico, non per gli artisti.

Ma qui c’è l’elemento più bello dell’intera vicenda: era assolutamente palese che, in mezzo a questa generalizzata confusione, anche artisti di primissimo piano si siano immersi con totale spirito di servizio. Ci tenevano davvero ad esserci, disponibili a star stretti, a non sentire quello che cantavano, a fare anche pochissimi minuti davanti ad una piazza strapiena, tutti pari tra loro. Moni Ovadia è arrivato in ritardo e non ha potuto parlare perché il tempo era scaduto: ha salutato rispettosamente dal palco – insieme ad un Adelmo Cervi piuttosto sorridente arrivato lì chissacome – senza dir nulla. Chi è abituato a queste occasioni sa che si tratta di una cosa piuttosto incredibile e davvero elegante. Addirittura, lo stesso brano è stato eseguito due volte da gruppi diversi: un’altra cosa che, com’è noto, è la bestemmia da scaletta per eccellenza. E così si è potuto sentire Bella Ciao fatta dai Marlene Kuntz – senza Skin – con il suo incedere lento, dolente, malinconico, ad un oretta di distanza da quella fatta dai Modena City Ramblers.

Qui sta la particolarità vera della giornata: perché proprio quel momento in cui i Modena hanno attaccato col flauto il canto partigiano è stato l’apice assoluto dell’evento. Una esplosione totale, intergenerazionale. La musica dava voce alla piazza, senza la pretesa di insegnare nulla né di fare ascolti: era semplicemente, dannatamente se stessa.

Chissà se le Sardine contribuiranno a cabiare in meglio il loro habitat. Certamente, non sappiamo quanto volontariamente, hanno contribuito a non ascoltare musica in scatola. Che, si sa, anche le sardine non ci vogliono mica stare, in scatola.