Grazie a Van De Sfroos gli “spaesati” arrivano sul Il Sole 24 Ore – Riflessione.

Davide Van De Sfroos, il cantautore lumbard per eccellenza, dopo aver firmato un contratto con la BMG ha pubblicato un nuovo album il cui singolo – Gli spaesati – ha suscitato reazioni importanti, compreso – addirittura – un’ampia citazione da parte di Aldo Bonomi su Il Sole 24 ore: “i paesani-spaesati sono al lavoro nelle terre mosse per tessere e ritessere canta Davide, «fili sottili di un mondo che si scuce» con «vecchi lavori e sogni mal pagati» in quella che noi definiamo la manutenzione del territorio. Manutenere, tenere con le mani, è parola dentro le contraddizioni dell’ipermodernità fatta dal digitare in smart working dai borghi, ma con i piedi su una terra, una agricoltura e un paesaggio tenuti su dai muretti a secco”. In effetti, il singolo di Van Des Froos rappresenta qualcosa di molto più importante del felice rientro a casa di Artemio, Il ragazzo di campagna. Segna una tappa importante nel cammino ormai lungo e deciso di questo artista: “Ho voluto dare voce ad un popolo apparentemente nascosto ma che con antica fierezza si ostina a vivere e lavorare in modi che oggi possono sembrare anacronistici o solo folkloristici. Gli spaesati tengono teso il filo della nostra storia non per beffare i tempi moderni ma per rispetto di quelli antichi”. E la scelta artistica è di farlo con una canzone che, nel consueto mix tra dialetto lario e italiano, pende decisamente – per una volta – a favore di quest’ultima lingua, come a dire: stavolta voglio che mi capiate tutti, proprio tutti. Certamente non è un caso che nell’album sia annunciata una collaborazione anche con Zucchero Sugar Fornaciari, un artista blues internazionale formatosi a Roncocesi di Reggio Emilia.
Bonomi invita ad ascoltare Spaesati ed a leggere Lettera a chi non c’era “del poeta Franco Arminio, originario di Bisaccia, in Irpinia d’Oriente”, come a deregionalizzare – correttamente – il tema. E c’è un artista che, pochi giorni fa, ha ampiamente praticato questo concetto. Vinicio Capossela ha organizzato un anteprima del suo Sponz Fest – che si terrà in Irpinia a fine agosto –sull’appennino reggiano, ai piedi della Pietra di Bismantova: “A sottolineare la comunanza di destini di quelle terre interne in cui la geografia si è imposta sulla storia, in una visione verticale del paese che non distingue tra nord e sud, ma tra osso appenninico e polpa delle coste e pianure urbanizzate, un appuntamento Sponz All’Osso in appennino reggiano a precedere quello di fine agosto in alta Irpinia, sotto l’egida della poesia, entrambi gli episodi, con incontri di esperienze, incontri tematici, musica e pensiero, si pongono come laboratorio per pensare un diverso modo di abitare il Paese e percepire le sue voci dall’interno». Questo l’intrigante manifesto di Vinicio, cui fa eco un altro dei protagonisti del progetto, Massimo Zamboni, che evoca il bisogno di “un confronto prolungato con la natura e i cicli – non più avvertibile nelle pianure – un allungamento di sguardo e di pensiero, talento e intelligenza che ridanno valore alle mani, al saper fare ma anche al saper guardare: è solo dalle zone considerate marginali, troppo faticose per la speculazione quotidiana, che possono provenire indicazioni di vita che siano testimonianza di non remissione agli imperativi dominanti. Terre considerate all’abbandono, dove il profitto vale meno dell’acqua che scorre, del fuoco che scalda, la luce che nutre, il buio che divora”.
La fertilità creativa di contesti alternativi – dal punto di vista sociale, umano, economico – non è certamente una novità. Lo è però come si evolve l’alterità percepita, sempre più custodita e narrata, forse a volte più che praticata. Certamente, la montagna è antitesi rispetto al possesso cartesiano del piano, un posto dove con due parole individui un punto: tra i pendii e le cime di parole ne servirebbero molte di più, ed invece si scopre che per individuare un punto è fondamentale il silenzio. Un rapporto di ascolto, più che di possesso, che ha un carattere riservato ed esclusivo, tipicamente destinato a chi in montagna è nato, ben di rado trasmissibile ai “piansan”. Certo è, però, che questa alterità che giù, in pianura, secondo i metri capitalisti significava miseria e zona depressa, oggi rappresenta qualcosa di decisamente affascinante. Una delle poche cose diverse. E dunque l’artista, questa differenza, la suona. Sa bene, che affascina. E che nessun’altro potrà cantarla: un po’ come Charlie Parker, dando le spalle al pubblico.
Un tempo la musica faticava a “salire” in montagna: ore di auto per raggiungere un negozio di dischi, radio schermate dalle vallate. Oggi, con il digitale, è diverso. Non ha senso muoversi fisicamente per inseguire la musica. Proprio per questo il suo rapporto indissolubile con i luoghi e le genti si fa decisamente più puro: un concerto sotto la Pietra di Bismantova è cosa altra rispetto ad ogni occasione di rivedere quegli artisti, comodamente, a livello del mare. Ed il fatto che lassù, dove convien ch’om voli non si ritrovino solo le genti delle vallate a celebrarsi, ma vi siano così tanti topi di città ad abbeverarsi al vero, fa riflettere sule dimensioni di una distanza che non contribuisce più ad affievolire la forza del messaggio. Come se la musica, oggi, venga semplicemente da un lontano, che è dentro ognuno di noi e risuona, inevitabilmente, di frequenze antiche. Nonostante tutto.