MAL DI TESTI- LA CHITARRA NERA DI VASCO BRONDI

In concomitanza all’uscita del singolo “La Chitarra Nera”, brano che anticipa il disco di Vasco Brondi (Le Luci Della Centrale Elettrica, ndr), la rubrica “Mal Di Testi” dedica uno spazio speciale al testo di un brano destinato a diventare un inno.
L’introspezione cantautoriale del ferrarese Brondi ci mancava molto ed è arrivata ad abbracciarci così, all’improvviso, laddove i dispositivi di protezione non servono, cioè dentro l’anima.
Incredibile il modo in cui Vasco ci racconta il periodo storico in cui viviamo.

Chitarra nera

“Non sai cosa fare
Dicono che sei a Barcellona e ancora non torni
Oggi digiuni e ancora non torni
Alcuni capelli sono diventati trasparenti
Ma sei come prima, quello di prima
Con due dita in gola tornavi sereno, vincevi Sanremo
Dicevi: “Cosa saremo, cosa saremo?”

Brondi qui ci racconta una condizione esistenziale davvero intima e personale. In un mondo che dice : “non scrivere di te e di cose che ti riguardano”, lui lo fa senza preoccuparsi del giudizio né della forma. La spontaneità di questo flusso di pensiero è quasi di Joeyciana memoria. Ci parla di qualcuno che si trova a Barcellona, qualcuno di cui Vasco sembra sentire forte nostalgia.

“Non siamo niente, siamo diventati quasi normali
Mi sveglio all’alba, non guardo le serie
Qui dove vivo non c’è rete, non c’è gente
Neanche più i vecchi che giocano a carte
Qualcuno ogni tanto mi dice che hai smesso
Ma non si sa dove sei
Fuori dagli algoritmi
Forse quando passi non funzionano neanche le fotocellule
Non si aprono le porte
Ma cosa c’era dentro di te?
Il male? Il bene?
Qualcosa che sopravvive e non si arrende
Dicono che il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende”

Questo viaggio dentro se stessi prosegue e Brondi ci racconta un mondo diverso a quello a cui siamo abituati: un piccolo cosmo dove non c’è rete e nemmeno persone con cui interagire. Mancano persino i classici gruppi di anziani riuniti a giocare a carte.
Dove ci troviamo? Dove siamo? Di che realtà ci parla il cantautore?
Nemmeno le porte si aprono poiché in questo universo lontano da tutto e tutti non funzionano neanche le fotocellule. La domanda fondamentale del lungo testo sembra essere : “Ma cosa c’era dentro di te?”. Cosa c’è dentro ognuno di noi? Cosa sopravvive della quantità di bene e male che la Natura ci ha offerto in dosi differenti?

“Ho saputo quello che è successo, me l’hanno detto
Mi raccomando, se puoi scegliere
Meglio una casa di reclusione che una casa circondariale
Chiedi se c’è posto a Bollate
Ci sono celle più ampie, più attività da fare
Fai chiamare da tuo padre, che fa chiamare da tua madre”

Le parole che seguono fanno luce, simili a una torcia che ci illumina sul buio cammino. Ci troviamo probabilmente dentro una cella, non è dato capire se metaforica o reale, ma tutti gli elementi farebbero ipotizzare a qualcosa di assai tangibile e quasi certamente autobiografico. Un amico lontano?

L’ultima volta, come una colpa, mi hai detto:
“Alla fine sei stato l’unico che ha continuato a suonare
Prima eri tu che servivi da bere
Sei l’unico che ha continuato a suonare
E adesso hai anche smesso di bere”
Io ti ho detto: “Che bello che è stato perderti, vederti sparire”
Sei rimasto a vent’anni
Arriveremo a cinquanta con ragazze che vogliono figli
Che vogliono figlie, che ci vorrebbero normali
Ma siamo animali, siamo animali senza istinto
Quindi ancora peggiori

A questo punto del brano ci troviamo davanti a una confessione molto intima. Il destinatario del brano, colui che è rinchiuso in questa lontana cella a Barcellona, ricorda a Vasco che “prima eri tu che servivi da bere”. Astio, rancore? O celata ammirazione? Il dialogo tra i due, vero o immaginato che sia, è davvero un viaggio dentro l’interiorità umana.

“La tua chitarra nera dov’è finita?
Te la sei venduta?
Come il mio basso su eBay
Finito su un’isola greca
Chissà se adesso, invecchiando
Anche tu hai iniziato a interessarti di beni immortali
Dei nomi degli alberi, delle divinità locali e delle ventenni
No, non puoi immaginarti
La musica adesso è un’altra cosa
Tutti cercano di sponsorizzarti, musica e alta moda
Suoni all’Arena, in una palestra, in una parrocchia o sulla luna
Tutte celebrità
Suoni o fai pubblicità
Suoni e fai pubblicità”

Il testo prosegue cogliendo l’occasione per fare il punto sulla situazione musicale italiana dove artisti sono costretti a vendere il proprio basso su Ebay perché la musica è diventata questione di farsi pubblicità e basta, in una visione sempre più commerciale.

“Ho saputo quello che è successo, me l’hanno detto
Mi raccomando, se puoi scegliere
Meglio una casa di reclusione che una casa circondariale
Chiedi se c’è posto a Bollate
Ci sono più attività da fare
Fai chiamare da tuo padre, che fa chiamare da tua madre
Ho imparato delle cose che ti potrebbero servire
Ci sono questi precetti che seguo negli ultimi mesi
Cammino nei boschi, se mi vedi non mi riconosci
Ti ho già detto che mi sveglio all’alba e dormo”

Dormo benissimo, adesso
Nel monastero buddista c’erano molti monaci e monache della nostra età
Addirittura dei monaci ex punk
Tu gli diresti
“Giù le mani dalla mia anima, anime salvatrici
Non diventeremo perfetti mai
Non illumineremo nessuno”
Pieni di difetti, niente di cui vergognarsi
Anzi, li facciamo vedere meglio salendo sui palchi
Sotto le luci a gridare: “Guardami
Guardami, sono così”

Vasco in queste righe ci parla anche di una sosta dentro un monastero buddista, citando la presenza di monaci ex punk, ricordandoci immediatamente per assonanza la figura di Giovanni Lindo Ferretti, a cui questa frase sembra essere un tributo, un omaggio.

“La casa dove stavamo è diventata famosa
La zona è migliorata, adesso vale una fortuna
Anche questa piccola città è diventata fascista
Ma passerà, questa ondata di merda passerà
Passerò ore in verticale sulla testa
A meditare, a lasciarmi respirare
Tua madre ti voleva curare con oli essenziali
Segni zodiacali, ti voleva guarire
Chissà che effetto fa essere normali
La tua chitarra nera dov’è finita?
Te la sei venduta?”

Come il mio basso su eBay
Finito su un’isola greca
Sognavo che facevo il mio vecchio lavoro quando tornavo
Quello di quando avevo diciott’anni e c’erano ancora tutti
Tutti a pezzi e senza figli, sorridenti
Chissà cosa disegni, se ancora disegni
Ho saputo quello che è successo, me l’hanno detto
Se eri fortunato, finivi a Bollate
Non a Ferrara nella casa circondariale
Lì era una casa di reclusione
C’erano docce più calde, più attività da seguire
Era più facile da sopportare

L’hanno detto a tuo padre, che l’ha detto a tua madre
Così non doveva finire
Chissà se hai avuto un’ultimissima notte d’amore
Ci vediamo nella prossima vita
Mi ricomincerai a salutare
Ti ricomincerò a salutare
Siamo sempre stati pieni d’amore
Pieni da scoppiare

In quest’ultimo passo del brano, Vasco ci congeda con un’immagine stupenda: quella di un addio. L’amico è finito dove non doveva finire, la vita è andata come non doveva andare. Vasco però spera in un’altra vita, dove ci si potrà ricominciare a salutare perché i due sono sempre stati “pieni d’amore, pieni da scoppiare”.
Il penetrante e profondo brano di Vasco Brondi è corredato inoltre da un videoclip interpretato da un magistrale Elio Germano, assolutamente da non perdere: https://www.youtube.com/watch?v=6bpnHC30JTM

D.D.