VOLEVO NASCONDERMI- il film Orso d’Argento e 7 David di Donatello- come è nato

ANCHE QUESTA E’ MUSICA PER LE NOSTRE ORECCHIE!!!!! Riprendiamo un aricolo pubblicato da Gloria Negri ass. cultura di Guastalla, perchè racconta, e implicitamente dimostra, che quando cultura ed istituzioni sono capaci di parlarsi e rispettarsi i risultati possono essere grandi!!

Sono stata contattata in quanto assessore di Guastalla per l’aiuto che il nostro comune aveva dato l’anno prima al progetto teatrale “Bassa continua“ di Mario Perrotta, ma Varni sapeva anche del mio legame famigliare con Sergio Negri, tutt’ora massimo espertizzatore di Ligabue e curatore del catalogo delle opere (Electa Mondadori, 2002).
Varni mi disse al telefono: “So che di Ligabue si è già parlato molto, ma se Diritti è riuscito a dire qualcosa di nuovo su Marzabotto, che è un episodio raccontato mille volte, riuscirà a dire qualcosa di nuovo anche su Ligabue”. Aveva ragione.
Da quell’incontro prese il via un viaggio entusiasmante. Iniziammo con una campagna di interviste, partendo dalla consapevolezza che sarebbe stato necessario distinguere, nei racconti della gente, tra la verità e il mito riscritto dallo sceneggiato televisivo di Nocita e dal continuo passaparola.
La guida di Sergio Negri è stata fondamentale nella ricostruzione di episodi e aneddoti, nel creare contatti con persone che l’avessero davvero conosciuto, nel mostrare al regista i luoghi realmente frequentati da Ligabue (Villa Malaspina a Gualtieri con lo studio di Mazzacurati e il fienile dove allevava conigli e dormiva nella paglia; le case che l’hanno ospitato, gli studi di Bartoli, Mozzali, La Croce bianca a Guastalla, la villetta di V. Adua a Reggio ecc.).
Cominciammo con la Sig.ra Tilde Marchesi, moglie di Ivo Aprici fratello della famosa Cesarina e figlio del gestore della Croce Bianca. Dal suo racconto emerse l’immagine piena di pudore di quel tipo strano ma anche tenero e a suo modo affettuoso che era il Toni. Il servizio da caffè che aveva regalato a Cesarina è ancora conservato nella credenza di casa (e cercarne uno simile per la scena del film non è stato facile) Poi ci fu l’intervista a Giuseppe Amadei che parlava avendo alle spalle il quadro acquistato col suo primo stipendio da insegnante: “La traversata della Siberia” una delle opere più emozionanti del pittore. Raccontò di Ligabue e del suo contatto col mondo culturale e artistico guastallese: il buon Mozzali che gli fu veramente amico, Arnaldo Bartoli, il giornalista Ninetto Canova che con i suoi articoli attirò l’attenzione sul personaggio anche da fuori zona. E naturalmente l’influsso di Cesare Zavattini. Una lunga intervista fu dedicata anche all’ultimo dei suoi autisti; Sergio Terzi (il pittore Nerone); ad Arnaldo Caleffi che lo aveva ospitato in casa, a Uris Casari figlio del gestore dell’albergo Leon D’oro di Guastalla; alla famiglia Bedogna, a Nevino Montanari, a Piergino Chittolini, a Giuseppe Caleffi, nipote di Ugo Sassi.
Il modo in cui Giorgio Diritti poneva le domande era sempre molto diretto a far uscire le vere emozioni di chi parlava; come se volesse capire, oltre ai fatti raccontati, cosa sentiva veramente la persona pensando a Ligabue. Avevo coinvolto in questa ricerca anche Silvia Negri: a lei arrivavano poi le richieste telefoniche di Diritti e Tania Pedroni circa documenti, articoli d’epoca originali, foto dei luoghi dagli anni 20 agli anni 60 da rintracciare.
Molto complicata era stata la ricerca al San Lazzaro. Il regista, dopo aver incontrato il direttore Gaddo Maria Grassi e aver perlustrato gli spazi del Lombroso, cercava cartelle cliniche dell’epoca per poter riscrivere col linguaggio adeguato alcuni verbali da inserire nella sceneggiatura; poiché le cartelle di Ligabue non erano ancora accessibili (lo sono diventate dal 2018) il compito di Silvia era di trascrivere i manoscritti delle diagnosi simili per fornire adeguati modelli di linguaggio. Ci fu anche una giornata di incontro collettivo alla casa di riposo Carri di Gualtieri dove alcuni ospiti ricostruirono l’immagine di Ligabue in giro per il paese oppure ospite in qualche fienile. Seguirono le visite nei luoghi per immaginare paesaggi, case, ripari, trattorie, locande e tutto ciò che definiva l’ambiente del pittore. Una riserva inestimabile di immagini, volti, abiti, architetture e situazioni d’epoca è stata la Biblioteca Maldotti con la sua collezione di fotografie del 1900.
La ricerca restituiva un quadro generale non solo del pittore (di cui sono stati indagati anche i primi anni di vita tramite le indagini di Marzio Dall’Acqua e soprattutto di Renato Martinoni, professore a San Gallo) ma anche del mondo che con lui interagiva. Il lavoro durato fino a marzo coinvolse anche Tania Pedroni (cosceneggiatrice del film) e comportò la visione di tutti i documentari originali rintracciabili, soprattutto di Andreassi e Ruggerini.
A fine aprile Diritti mi telefonò dicendo che la sceneggiatura era scritta, che gli piaceva e, se non avesse trovato una casa di produzione più grande, l’avrebbe prodotto lui stesso. Da qui inizia la seconda puntata del percorso: l’incontro con la casa di produzione cinematografica Palomar, che era tra l’altro interessata ad aprire una sede a Reggio Emilia. Nell’estate Diritti mi disse che quella sarebbe stata la casa di produzione di “Volevo nascondermi” (era già il titolo della sceneggiatura). Va ricordato che Palomar ha realizzato serie televisive di rilievo come Montalbano e Rivombrosa, che offrono ai territori una primaria visibilità turistica e produttiva. Per questo assunsi con gioia il compito impegnativo ma entusiasmante di fare da elemento di collegamento col territorio. La ricerca delle strutture di appoggio ha portato a Guastalla gli uffici di produzione (il quartier generale) e gli ambienti dei casting, oltre all’attrezzeria e all’ospitalità di molti attori; a Gualtieri era lo spazio per sartoria, a Reggiolo altri alberghi, mentre le location che si vedono nel film spaziano tra Gualtieri, Guastalla, Boretto, Luzzara, Villa Strada, Marcaria, Riva di Suzzara, Sabbioneta. Un intero territorio è stato occupato da quell’ “esercito di pace” che è una troupe cinematografica. A
lla ricerca delle location si è unito il problema della lingua. Per Diritti, già allievo di Ermanno Olmi, il rigore filologico è fondamentale. Per questo sono stati cercati due “coach” per il dialetto (un uomo e una donna) e una madrelinguista svizzera per il tedesco. I dialoghi in lingua della sceneggiatura venivano letti e registrati da Giovanni Magnanini, Rita Simonazzi e Silvie Prandi, poi inviati agli attori perché ne imparassero la giusta sonorità. Sul set era impressionante la naturalezza con cui Elio Germano passava dal linguaggio tipico di Ligabue, quel misto di dialetto e tedesco, al romanesco con cui si rivolgeva alla troupe, segno di eccezionale intelligenza interpretativa.
È stata una esperienza straordinaria (per una amante del cinema come sono) avere il grande privilegio di partecipare come osservatore attivo e come “supporto” sul territorio alla realizzazione di un film che, partito da Guastalla e Gualtieri, è arrivato a Berlino e all’Orso d’argento di Elio Germano. Il film è raccontato come una favola piena di poesia dove la ricerca storica e documentaria è un tessuto sullo sfondo che determina la veridicità delle scene e la credibilità delle situazioni senza diventare mera descrizione biografica. Il mio sogno, adesso, è quello di completare il percorso con una mostra che metta in relazione i materiali della ricerca col film realizzato. Se ne parlerà dopo il Covid…